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Carnevale nel Regno delle Due Sicilie

Tra le feste più amate di tutto l'anno, Carnevale è di certo la più stravagante e coinvolgente: anche chi non ama mascherarsi e dedicarsi al ballo, infatti, può trovare nella fugace cornice carnascialesca molte occasioni di divertimento, dal cibo all'arte, dalla goliardia di una buona compagnia alla cultura. Si ingannerebbe chi credesse che questo tempo sia solo un cedere sciocco ed illogico alla balordaggine e alla confusione. Il Carnevale, almeno per come lo conosciamo noi, affonda le proprie radici tra il XVII e il XVIII secolo: basti pensare che le classiche maschere che evochiamo, da Arlecchino a Pulcinella, provengono dalla Commedia dell'Arte.


Il Carnevale napoletano e, per estensione, dell'intero Meridione d'Italia fu valorizzato e rinvigorito dalla dinastia dei Borbone delle Due Sicilie che colsero la valenza ricreativa ed educativa del periodo che anticipa la Quaresima. I sovrani trasformavano il Regno delle Due Sicilie in un vero e proprio "paese della cuccagna", offrendo di tutto: le strade si trasformavano in lauti banchetti, allietati da esibizioni ludiche e di artisti girovaghi, attraversati da sontuose sfilate e da ogni tipo di divertimento. La formula, a ben vedere, ha attraversato i secoli in modo praticamente invariato.


Carnevale diventava così occasione non per dimenticare la propria condizione sociale abbandonandosi alla illusione; al contrario, rinsaldava i legami e permetteva di celebrare la magnificenza e la generosità del monarca e della corte. Si pensi, ad esempio, alla ricaduta che aveva la tradizione prettamente meridionale del rovesciamento dei ruoli: i popolani andavano in giro con sontuosi abiti e si atteggiavano a nobili e non era affatto raro trovare qualche aristocratico indossare i panni di un contadino o di un artigiano.

Una miscellanea di costumi, una inversione di classi sociali e di sessi - basti pensare agli spettacoli degli odalischi, le "drag queen" del tempo - che portava ai limiti dell'irriverenza: il frutto che ne scaturiva era un rinnovato patto sociale, una ripartenza verso una maggiore coesione. Si pensi, ad esempio, alla sfilata della "Vecchia 'e Carneval", una anziana donna con un corpo giovane e un seno prosperoso, con un zufolo in mano e che veniva percossa sulla gobba da Pulcinella: le vergate date dalla tipica maschera partenopea non erano altro che simbolo della espiazione delle colpe passate per rinascere, come simboleggiato dal corpo della vecchia, a vita nuova.


Se le prime fonti su Carnevale risalgono al 1385, quando fu istituita una giostra per l'incoronazione di Carlo III d'Angiò, fu solo nel Settecento che la festa fu istituzionalizzata. Il Carnevale del 1737 durò addirittura fino al 22 febbraio e coincise proprio con l'addio al celibato di Carlo di Borbone: la regina della festa fu certamente la Contessa di Santo Stefano ed il re si mascherò con un elegante abito da indiano e, la sera, da dio Nettuno. Numerosi sono però negli anni seguenti gli scontri con la Chiesa che, da parte sua, lanciò la tradizione delle Sacre Quarantore, una adorazione eucaristica che durava proprio il tempo di permanenza del corpo di Gesù nel Sepolcro: motivo scatenante fu il grandioso veglione che Carlo organizzò proprio al Teatro San Carlo nel 1748 e che sarebbe stato successivamente ripreso da re Ferdinando di Borbone delle Due Sicilie del 1774. La gloriosa tradizione del Carnevale, su cui si sono appena spente le luci, andrebbe solo riscoperta come tanti aspetti del Regno delle Due Sicilie.

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